56. I risvolti dell'et laurenziana.

   Da: G. A. Brucker, Firenze nel Rinascimento, La Nuova Italia,
Firenze, 1980

 Sotto le apparenze smaglianti dell'et laurenziana si celavano in
realt, come puntualizza lo storico americano contemporaneo Gene
A. Brucker, preoccupanti crepe politiche, economiche e sociali. Se
la  diplomazia internazionale di Lorenzo sembrava volta soltanto
ad allacciare interessati rapporti personali con i pi potenti
signori dell'epoca, la finanza pubblica fiorentina, usata
anch'essa a fini personali e di classe, scricchiolava sotto il
peso dell'azione del Magnifico. Intanto l'aristocrazia locale si
distaccava sempre di pi dagli strati meno abbienti della
popolazione, ostentando ricchezza e distinzione.


   Dopo la pace di Lodi la diplomazia fiorentina prese un
indirizzo difensivo, agendo con destrezza e flessibilit per
mantenere un equilibrio politico nella Penisola. I motivi di
questa saggia politica non furono in alcun modo materiali -
bisogno di approvvigionamenti annonari, esigenze di mercati,
sbocchi marittimi - cos importanti nel passato, n ideologici,
come l'amicizia con la repubblica veneziana, ma piuttosto di
parte. I Medici si preoccuparono di stabilire dei legami personali
con singoli principi e coltivarono questi legami con sontuosi doni
e munifica ospitalit. Una diplomazia personale che veniva
rafforzata da mutui interessi: cos i prestiti medicei a Francesco
Sforza erano ripagati con l'invio di truppe milanesi a Firenze per
soffocare sommosse popolari. Si trattava, per, d'un sistema
instabile, basato com'era sulla dubbia lealt dei signori italiani
e sulla loro incerta autorit. E' a causa di questi legami
personali che la diplomazia di Lorenzo appare, retrospettivamente,
cos superficiale, priva di veri obbiettivi. Lorenzo dei Medici fu
abile, il suo prestigio personale fu un fattore importante per il
successo diplomatico fiorentino, ma egli non fece alcuno sforzo
serio per mettere in guardia i suoi alleati sulla reale situazione
politica. Anzi, tutto lascia ritenere che egli stesso non avesse
consapevolezza delle crepe e delle deficienze del sistema, che
sarebbero apparse cos evidenti dopo il 1494.
   Se la politica estera di Lorenzo assicurava l'indipendenza e
contribuiva a mantenere un precario equilibrio di forze nella
Penisola, essa richiese anche un pesante carico fiscale sulla
citt e sullo stato fiorentino. I problemi fiscali dell'et
laurenziana non sono stati ancora abbastanza studiati, ma le
ricerche di Louis Marks [storico americano contemporaneo] gi
permettono di azzardare alcune conclusioni. Il pi significativo
sviluppo fu il passaggio della politica fiscale dall'arena
politica alle mani di specialisti, gli Ufficiali del Monte [e cio
i funzionari che amministravano i capitali di cittadini comuni,
raccolti dal Monte per il finanziamento pubblico], che fedelmente
eseguirono la volont del gruppo dirigente mediceo. Quest'intimo
legame tra le finanze statali e la politica di potenza fu
rafforzato dal costume di ricorrere a prestiti privati, avanzati
dagli Ufficiali e dalla loro cerchia, per spese straordinarie. Si
trattava di prestiti ad un alto tasso d'interesse e garantiti
dallo Stato. Ricchi fiorentini in rapporto coi Medici poterono
cos assicurarsi grandi profitti dal fisco, mentre cittadini di
mezzi modesti ebbero a soffrire dalla parziale rinuncia al sistema
del debito pubblico, con la conseguente riduzione degli interessi
sulle cedole del vecchio Monte [la parte pi antica del debito
pubblico], con il ritardo nei pagamenti o il parziale rimborso
delle cedole scontate. La storia della fiscalit medicea  il
triste racconto che svela la parte meno attraente di questo
regime: la spoliazione delle finanze pubbliche da parte del gruppo
al potere, il progressivo declinare d'una responsabilit fiscale,
l'aumentato ricorso a temporanei espedienti per mantenere la
solvibilit.
   Strettamente connesso ai problemi fiscali e al credito pubblico
 un pi ampio problema: lo stato dell'economia fiorentina
nell'et laurenziana. Vi sono studiosi che ritengono che Firenze -
come tutta l'Italia - conobbe una severa recessione nel
Quattrocento, mentre altri pensano che l'economia si mantenne
vigorosa e vitale e che il declino fu passeggero e sporadico. Il
sistema bancario fiorentino, fondazione e sostegno di tante
famiglie patrizie, fu certo in difficolt serie alla fine del
Quattrocento. Molte firme si ritirarono negli anni Sessanta e lo
stesso banco dei Medici declin subito dopo la morte di Cosimo nel
1464, come conseguenza di avverse condizioni per gli affari e di
errori commessi dalla sua direzione. Le difficolt finanziarie dei
Medici possono aver avuto un contraccolpo sull'economia cittadina,
anche se  difficile stimare l'ampiezza del danno. Rispetto al
nonno Cosimo, Lorenzo ebbe certo una minore disponibilit di
denaro per aiutare i suoi amici e associati, per finanziare
costruzione e imprese artistiche. Ci nonostante, alcuni uomini
d'affari e alcune imprese prosperarono nell'et laurenziana. Lo
studio di Richard Goldthwaite [storico americano contemporaneo]
sulle carriere di Filippo Strozzi [costruttore dell'omonimo e
famoso palazzo fiorentino], Gino Capponi e Giuliano Gondi [altri
due noti esponenti dell'aristocrazia fiorentina del secolo
quindicesimo]  prova che un imprenditore con capitali e con
coraggio di rischiare poteva costruirsi una larga fortuna alla
fine del Quattrocento. Si tratta di mercanti che si cimentarono
nel commercio internazionale e nella finanza, fissando le loro
basi a Napoli, a Roma, a Lione, ad Anversa. Essi inoltre
investirono in manifatture di panni, sia di lana che di seta,
guadagnando profitti regolari, anche se modesti, dalle loro
imprese.
   La situazione delle fortune aristocratiche alla fine del
Quattrocento appare dunque essere questa: poche spettacolari
fortune e altrettante decadenze, con una maggioranza di patrimoni
e di profitti stabili. Come in politica, cos nella sfera
economica la prudenza e il conservatorismo prevalsero: gli uomini
arrischiarono meno e si concentrarono sul mantenimento di quello
che avevano raggiunto, piuttosto che cercare di aumentare il loro
capitale. Anche se alcune fortune furono dimezzate da cattivi
investimenti, da divisioni ereditarie, da eccessive spese per
palazzi, doti o per un dispendioso livello di vita, nella
maggioranza le famiglie patrizie vissero in un sostanziale
benessere, se non nel lusso. Quasi tutte le famiglie
aristocratiche possedevano la loro fattoria nel contado, che
provvedeva loro il necessario sostentamento e, in periodi
fortunati, un surplus che poteva essere convertito in denaro
costante. Quando Niccol Machiavelli perse l'ufficio in
Cancelleria e il suo salario, nel 1512, pot sopravvivere, anche
se poveramente, grazie alle rendite d'una piccola fattoria nelle
vicinanze di San Casciano. Forse per compensare le diminuite
occasioni di commercio e di attivit industriali, molti pi
patrizi d'un tempo si diedero ad attivit professionali,
utilizzando le loro conoscenze di diritto e la loro cultura
umanistica. [...].
   Mentre dunque le condizioni economiche del patriziato
rimanevano sostanzialmente stabili lungo la seconda met del
Quattrocento, ci che mut fu il suo spirito. Gli atteggiamenti
aristocratici divennero sempre pi rilevanti; quest'impronta 
visibile nei comportamenti e nello stile di vita tanto quanto
nell'ambito pi rarefatto delle idee e della scala di valori. Ci
troviamo di fronte ad uno sforzo del patriziato di riconoscersi
come casta, di attribuirsi qualit uniche, di ampliare le distanze
che gi separavano i suoi membri dal resto della cittadinanza.
L'educazione classica era divenuta gi appannaggio del patrizio e
pertanto un segno di distinzione. Le restrizioni politiche e
psicologiche nei confronti dell'ostentazione del lusso erano quasi
del tutto svanite al tempo di Lorenzo e non v'era famiglia che non
cercasse di sorpassare in splendore le famiglie vicine, in
occasione di nozze o corteggi funebri, nel valore delle doti,
nell'eleganza delle abitazioni.
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